Pierluigi Iviscori
Quando mi capitò di leggere La vita agra, era l’inizio degli anni Novanta. Lavoravo da poco in una libreria ed era appena arrivato uno stock di volumi fuori catalogo da vendere a metà prezzo. La mia scarsa confidenza di allora con le ragioni del mercato librario non mi aiutava a comprendere le ragioni di questo declassamento di opere che, mano a mano che uscivano dallo scatolone, – e a questo punto dovete immaginare quell’istante assolutamente coinvolgente del coltello che taglia il nastro da pacchi e libera i volumi dall’involucro del trasporto – incrementavano la mia libido di lettore: lì dentro c’erano in gran confusione mischiati Anna Maria Ortese, Gino Patroni, Anna Banti, Paolo Bertolani, Manlio Cancogni, Fulvio Tomizza, Mario Praz, Octavio Paz, Luciano Bianciardi… Tutte rimanenze, resti, avanzi, volumi passati di tempo. Per quanto a metà prezzo, investii buona parte del mio stipendio nell’acquisto di quei volumi: in alcuni casi addirittura comprai libri che già avevo in casa, magari in altra edizione, tanto mi stava a cuore la sorte di quei “reietti”. Uno di questi fu proprio La vita agra. Il lascito da parte di una vecchia zia di un’edizione che poi risulterà piuttosto rara era rimasto per anni sullo scaffale senza che avessi mai trovato il tempo per anteporlo ad altre letture. La scintilla del nuovo acquisto mi liberò da quella mancanza e la sera stessa cominciai ad affrontarlo. Non ero certo di cosa esattamente mi avrebbe atteso. Lo capii presto, quando mi resi conto che la notte ormai era andata a tal punto avanti da toccare quasi il mattino: Bianciardi aveva fatto centro. Solo più tardi mi preoccupai di capire chi esattamente fosse quell’uomo dietro la macchina da scrivere, l’uomo che all’inizio degli anni Sessanta - con la forza di una narrazione che va via veloce, pur nel suo incredibilmente composito impasto di toni, linguaggi e forme – raccontava la Milano del boom economico, quel mondo di ingegneri, direttori, segretarie, lotte intestine tra dipendenti per salire nell’indice di gradimento del capo, insomma quella Milano che promette rivoluzioni – e Bianciardi, era venuto via dalla provincia, dalla sua Grosseto, per realizzare finalmente nella grande metropoli quella rivoluzione culturale che sembrava davvero prossima – e consegna a chi non si adegua al metodo scientifico del potere la lettera di licenziamento. Così avvenne per Bianciardi. E l’invenzione romanzesca nella quale sfocia La vita agra è il frutto della delusione e dell’impossibilità di adeguarsi a tutto questo: ecco dunque arrivare in uno dei centri del potere economico milanese le ragioni di una vendetta – vendetta che nel romanzo è legata alla morte dei minatori del grossetano, un caso degli anni Cinquanta - sotto forma di bomba. La grande città si è quindi rivelata – amaramente – per Bianciardi ben lontana da quel cuore rivoluzionario che dalla provincia veniva facile immaginare, e da subito si è invece manifestata come una selva crudele di rapporti di potere, tanto più crudele quando ti rendi conto che quei rapporti dominano anche chi – visto da fuori – si proponeva come controcanto a quel potere.
E
pensare che, per seguire quel miraggio rivoluzionario, Bianciardi si lascia alle
spalle le macerie di una famiglia e convive con le difficoltà economiche di una
città assetata di denaro, una città che non potendo essere sopraffatta dalle
argomentazioni rivoluzionarie di un singolo, Bianciardi assedia con
l’invenzione romanzesca di una vendetta terroristica da attuarsi contro uno
dei colossi del boom economico. A rileggerlo oggi quel messaggio - che per noi a
distanza di tempo può considerarsi storia - fa tremare per le reazioni che si
suppone avrebbe potuto provocare: il terrorismo, la bomba, un anarchismo lucido
espresso a piene parole nel 1962, quando gli anni caldi di una stagione di
violenza del potere e di risposta della controparte movimentista è appena
cominciata. E’ questa La vita agra, il romanzo che con l’incredibile
successo che raccoglie, riduce le effettive pretese rivoluzionarie ad un oggetto
di curiosità da salotto che delude fortemente l’autore, che l’industria
culturale tenta di trasformare da anarchico in giullare, secondo un progetto di
repressione subdola e strisciante che mutava l’amara ironia dello stile di
Bianciardi in oggetto comico e ludico: si offriva su un piatto d’argento la
possibilità di ridere dei rivoluzionari e degli anarchici, quei poveri balordi
idealisti che - in fin dei conti - fanno quasi tenerezza, risibili per la follia
delle loro idee. Salvo poi trasformarsi nei capri espiatori di ogni malessere.
Oggi
– a distanza di trent’anni dalla precoce morte dell’autore – i figli
ripropongono l’ultimo capitolo della sua produzione letteraria, quello che a
buon diritto può considerarsi il suo testamento, quell’Aprire il fuoco
che per molti versi costituisce il completamento di quel percorso
rivoluzionario, una sorta di iceberg alla deriva, di cui La vita agra
rappresentava la parte emersa. Aprire il fuoco è libro difficile, che
gioca il suo messaggio sovrapponendo – come nello stile tipico di Bianciardi
– il livello storico di un’età simbolo (quella risorgimentale delle Cinque
Giornate) con il livello storico dell’attualità degli anni Sessanta,
intrecciando alla teoria della rivoluzione culturale la pratica di quell’amara
ironia che peraltro spesso è stato l’unico elemento raccolto dal lettore. E
di ironia il testo ridonda, di quell’ironia che accompagna le vicende e le
riflessioni di un “maledetto toscano” nel mondo del potere economico e della
supremazia del profitto ad ogni costo, cosiccome di quello politico, che già da
tempo si è rivelato per Bianciardi altrettanto deludente. Scriveva infatti
ancora ne La vita agra:
“La
politica, come tutti sanno, ha cessato da molto tempo di essere scienza del buon
governo, ed è diventata invece arte della conquista e della conservazione del
potere. Così la bontà di un uomo politico non si misura sul bene che egli
riesce a fare agli altri, ma sulla rapidità con cui arriva al vertice e sul
tempo che vi si mantiene. E la lotta politica, cioè la lotta per la conquista e
la conservazione del potere, non è ormai più – apparenze a parte – fra stato e stato, tra fazione e fazione, ma
interna allo stato, interna alla fazione.”
Oggi,
di fronte a pagine che con gli anni si sono trasformate da romanzo in realtà,
di fronte a pagine che teorizzano la necessità di svuotare le banche, lanciare
i soldi dall’alto dei palazzi, chiudere le televisioni – visti fatti ancora
caldi – forse il sorriso è più difficile e forse il testo potrebbe anche
rischiare di essere posto sotto sequestro cautelativo per istigazione alla
rivolta. Ma questa – si sa – è fantascienza: ad estrema onta di un uomo che
ha scritto con coraggio pagine di fuoco, resta da parte di quel mondo che ha
subito l’assalto una sostanziale indifferenza, in quanto per sapere quanto sta
scritto su questo fantastico libro-testamento di Bianciardi bisognerebbe
leggerlo, e leggerlo con arguzia e disponibilità intellettuale. Ed oggi, molti
– di certo la maggioranza – sostengono di non averne il tempo. Caro Luciano,
ovunque tu sia non te ne crucciare: quaggiù, in ogni caso, qualcuno ti ama, e
suggerisce di segnare bene il tuo nome tra i fondamentali, quelli che - se li
leggi - ti fanno capire davvero lo spirito del tempo che stanno vivendo, con la
qualità della grande letteratura e l’autenticità del memoriale. Aprire il
fuoco è il testamento vivo – vivissimo – di un uomo che, continuando
cocciutamente a riproporre e inesorabilmente a perdere le proprie scommesse con
la vita e con la storia, oggi sento straordinariamente vicino.